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Elezioni in due “comunidades autónomas” della Spagna, due possibili chiavi per leggerle.

Paesi Baschi

La franata dei socialisti del PSOE la vedrebbe anche un cieco. Dal potere nel Parlamento basco (in coalizione con il PNV) con 25 seggi, sono passati ad averne 16. Nella pratica, sono ormai un partito minore. E c’é quindi da farsi domande sulle capacitá visive della direzione del partito, che come giá fatto dopo la sconfitta nazionale dello scorso 20 di novembre, che regaló una storica maggioranza assoluta per il Partido Popular, non ha intenzione di cambiare nulla: la figura di Alfredo Pérez Rubalcaba come segretario generale non è bilico. Insomma, non hanno bisogno di rinnovarsi, né di cercare nuovi discorsi, strategie e modelli politici che possano rappresentare davvero un’ alternativa. E qualunque riferimento al centro sinistra italiano e a quello greco è puramente casuale.

Elena Valenciano, portavoce dei socialisti, ha riassunto la situazione con un criptico: “non é il momento di abbandonare le nostre responsabilità, ma di assumerle con piú forza”.

Quindi c’è il PP, che in Spagna (o, come preferiscono dire nei Paesi Baschi, “nello Stato spagnolo”) ci sta governando ormai da un anno. Anche se è vero che nelle elezioni di quest’ anno l’ affluenza è stata piú bassa che nel 2009 e nel 2001, i ‘populares’ hanno sono passati dai 327.000 voti di undici anni fa ai 149.000 del 2009, ai 130.000  di ieri.

La destra, comunque, si mantiene viva con la vittoria del PNV. Anche se è una destra nazionalista, cosa che dà gioco alle speculazioni su un parlamento basco formato quasi al 50% da forze politiche che vorrebbero l’ indipendenza, anche se a gradi diversi. L’ altra è EHBildu, probabilmente quella che più ha celebrato i risultati elettorali: 21 seggi sono il miglior risultato della storia per una coalizione nata da formazioni politiche per anni illegali data la loro presunta vicinanza all’ ETA. 

Anche qui, però, non è tutto oro quello che luccica. Soprattutto a livello locale, sono molte le circoscrizioni in cui Bildu ha raccolto molto meno voti di quanti ne avesse ottenuti alle municipali e alle nazionali, quando nella coalizione chiamata Amaiur riuscí ad ottenere un posto nel Parlamento nazionale. Dati che sono ben sintetizzati in quest’ articolo e che lasciano un’ ombra sul buon risultato di Bildu: anche un’ alleanza (comunque difficile) con il Partito Socialista non permetterebbe di creare un blocco di sinistra in un parlamento con la linea rossa della maggioranza assoluta situata sui 38 deputati.

Galizia

Sulla Galizia, invece, uno scandalo di corruzione ha dato una mano ad affondare la giá poco stabile imbarcazione dei socialisti del PSG e dei nazionalisti del Bloque Nacionalista Galego, passati, rispettivamente, da 25 a 18 e da 12 a 6 seggi. Il trionfo, con tanto di maggioranza assoluta, è andato al PP guidato da Feijoo, visto da molti come possibile delfino di Rajoy. C’é un dato, peró, che non è trascurabile: dai 789.000 del 2009, il PP perde 100.000 voti, passando a 654.000.

Degno d’ attenzione é stato, invece, il successo relativo ottenuto da Xosé Manuel Beiras. Docente di Economia, vicino agli “indignados”, di cui portó al suo “Novo Proxecto Común” il metodo orizzontale e assembleario,  creó in meno di tre mesi una coalizione con altre formazioni di sinistra chiamato AGE (Alternativa Galega de Esquerdas). Alle urne, ha preso il 14% dei voti dei galiziani, raccogliendo insomma tutto lo scontento generato dalla sinistra. E facendo da zero a nove seggi in sette settimane. Alla bellezza di 76 anni.

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One thought on “Paesi Baschi e Galizia: le elezioni tra sorprese e conferme

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