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[Questo post è la versione estesa (quasi il doppio) dell’ articolo che ho scritto per Pubblico del 21 ottobre con il titolo: ” Paesi Baschi al voto, ma restano le ferite”. Purtroppo e per fortuna sulla carta bisogna rispettare i limiti di spazio. Buona lettura.]

A pochi giorni dalle elezioni regionali, ad Ondarroa scarseggiano i manifesti elettorali. In questo paese di 8.000 anime sulla costa dei Paesi Baschi da decine di finestre spiccano bandiere bianche con un disegno nero. La sagoma della ‘nazione basca’, due frecce che vi convergono e la frase: “Euskal Presoa Ta Iheslariak: Etxera”. Etxera, in basco, significa “a casa”, nella propria terra. Sulla facciata del comune, addossato ad una piccola cattedrale gotica sulla riva dell’ Artibai, la bandiera diventa un enorme cartellone. Lo stesso succede nella Calle Mayor, la strada principale del paesino, dove le pubblicità elettorali per una regione che questa domenica si gioca il futuro alle urne passano in secondo piano. “A casa” è dove una fetta della popolazione basca vuole che tornino “i prigionieri e i rifugiati” del conflitto basco. A Madrid si preferisce parlare di “lotta antiterrorista” contro l’ ETA (Euskadi Ta Askatasuna, Patria Basca e Libertà), l’organizzazione che per mezzo secolo cercò con le armi l’ indipendenza della regione. Un anno fa annunciò l’ abbandono dell’ attività armata, ponendo fine alle pagine più sanguinose della storia spagnola contemporanea. La dispersione dei prigionieri in carceri lontane dalle proprie famiglie è una delle armi legali con cui lo Stato ha cercato di indebolire le relazioni tra i membri della banda.

Secondo le associazioni che la rifiutano, come la omonima Etxerat, “la dispersione pretende annullare il prigioniero, svincolarlo dalla sua ideologia e ascrizione collettiva e, se non ci riesce, eliminarlo”. Nella vita dei familiari, questo significa tempo, denaro e dolore. Margarita ricorda ogni dettagli delle dieci ore di macchina che ha fatto, quasi ogni settimana per un anno, per poter parlare con il proprio nipote durante 40 minuti. A Madrid, non è mai arrivata fino alle grandi vie del centro. Si fermava prima, alla carcere di Aranjuez, dove il ragazzo è rimasto rinchiuso in attesa di un giudizio che dimostrò la sua innocenza. “Collaborazione con banda armata”, fu l’ accusa con cui, a inizio del 2010, la polizia arrivò a casa di Iker, pensando di aver messo le mani, di nuovo, su un membro dell’ ETA. Di quella notte Iker, un nome fittizio come quelli degli altri intervistati, unica condizione per poter pubblicare le loro storie, ricorda i flash delle macchine fotografiche che lo aspettavano fuori dalla porta, mentre la polizia lo buttava dentro un furgone. Poi il confinamento. Cinque giorni senza poter contattare nessuno  di cui per parlare ha bisogno di una sigaretta e di un respiro profondo. Ricorda l’ umiliazione, la paura, la voglia di metter fine alle ore di insonnia, bombardato di domande dagli agenti della poilzia, “fino ad arrivare a sperare di entrare in cella il prima possibile”.

Vittime

Se da Madrid si parla di “vittime della violenza”, in molte località dei Paesi Baschi si fa riferimento al “persone che hanno sofferto le conseguenza del conflitto armato tra Stato e movimento separatista”. Ecco quindi che i numeri ufficiali del conflitto, 829 morti negli attentati dell’ ETA (486 nelle forze armate e corpi di polizia, 343 civili), si alzano, in quest’ ottica, a più di mille. Le cifre dell’ associazione, denominata proprio Etxerat, che riunisce i familiari di quelli che considerano “prigionieri politici” di una guerra in una fase di stallo fanno luce sulle 665 persone disperse in 70 carceri e 7 paesi, sulle venti morti in carcere legate alla politica di dispersione, sui 400 incidenti durante i viaggi per recarsi a visitare un parente detenuto. Per ogni famiglia significa in media, calcola l’ associazione, percorrere 63.000 chilometri e spendere 19.000 euro annui per mantenere visitare un parente. In mancanza di dati ufficiali a riguardo, si sommano al conteggio i 7.000 casi di tortura in sede poliziesca denunciati da associazioni di appoggio ai prigionieri a presunti membri dell’ ETA, considerati “più che sporadici e accidentali” dall’ ONU nel 2008, e “motivo di preoccupazione” da Amnesty International nel 2011. “Tutto falso”, secondo Madrid, condannata proprio questa settimana dal Tribunale Europeo dei Diritti Umani a pagare 24.000 per non aver indagato le denunce di maltratto di un detenuto.

Sono i numeri di che rappresentano chi non è mai apparso sulle prime pagine dei giornali, ma è parte di un conflitto. “Si cerca di colpevolizzare le famiglie per ciò che ha fatto o no un solo membro”, afferma, seria, Margarita. “E noi siamo stati fortunati: c’è gente con i familiari a Granada, in Francia, o a Londra”. I viaggi, nel suo caso, li alternava con gli amici del nipote a suo carico. “L’ andata è tutta un’ emozione, perché pensi a cosa gli dirai, come lo troverai. Il ritorno è un altro viaggio, spesso prevale l’ incazzatura di poterlo vedere così poco”. Senza contare quello che, denunciano le associazioni, è il trattamento discriminatorio che viene dato ai familiari dei prigionieri politici e agli stessi prigioni. “È normale ti facciano svestire anche se il metal detector della carcere non suona”, racconta Margarita.

Terrorismo di bassa intensità

Per combattere il terrorismo, si creò una apparato legislativo ad hoc. La legge antiterrorista spagnola condanna infatti, nel contesto basco, atti di vandalismo o violenza urbana (contenitori bruciati, partecipazione a manifestazioni non comunicate, scritte sui muri, etc.) come atti di “terrorismo di bassa intensità . La Guardia Civil li identificò come parte della strategia di ETA, ed ecco quindi che aver partecipato in una manifestazione contro la morte di un prigioniero in circostanza poco chiare si trasforma in una condanna di due anni e mezzo di prigione. Da scontare lontano da casa. A quasi 300 chilometri, come nel caso del fratello di Lorea, sociologa ventiquattrenne. Nel suo caso, assicura mentre passeggia tra le vie di Ondarroa, ha significato “solo vivere sulla propria pelle la realtà da cui sei circondata fin da piccola: le detenzioni nel cuore della notte, gli amici portati via dalla polizia senza sapere né dove né perché, le maestre che ti fanno entrare in classe perché stare in cortile è pericoloso quando si avvicina la fine di una manifestazione e stanno per iniziare le cariche”. Indica un edificio grigio e basso: “quella è la sede dell’ ertzainza [la polizia autonomica basca]. Due anni fa esplose una bomba, di mattina presto, non ci furono morti”, ricorda. E non si tira indietro quando si parla dei morti negli attentati dell’ ETA: “che si condivida un ideale, non significa che si sia d’accordo con i metodi utilizzati: i morti vanno tenuti in conto. Il problema”- argomenta Lorea e si fa piú seria- “è che bisogna parlare di entrambe le realtà parlare solo di ‘vittime dell’ Eta’ indica che non si accetta che ci sia stato un conflitto, ma solo un buono, lo Stato, e un cattivo, l’ ETA. E ci sono persone che hanno sofferto da entrambe le parti. Dobbiamo tenerne conto per arrivare ad una soluzione del conflitto”.

Le elezioni di Bildu

Il tema è talmente complicato, nella Spagna con la testa fasciata dalla crisi, che alcune forze politiche che si presentano alle prime elezioni non marcate dalla violenza di ETA preferiscono evitarlo. L’ unica che parla senza mezze misure di cambi nella politica penitenziaria, di avvicinamento dei prigionieri, di fine del confino e di riconoscimento di entrambe le vittime è Bildu. Nata dalla convergenza di movimenti sociali e forze politiche di sinistra legalizzate nel 2011 -prima proibite per la loro presunta vicinanza all’ organizzazione Batasuna, considerato braccio politico di ETA-, la formazione punta, secondo i sondaggi, a circa il 25% dei voti nel Parlamento regionale. Poco sotto al 33% vaticinato dal PNV, il nazionalismo legato al centro-destra. Se i sondaggi dovessero confermarsi, sarà difficile per Madrid non ascoltare il clamore delle urne. “Una parte dei cittadini baschi non si trova a proprio agio nello Stato spagnolo e vuole costruire uno Stato indipendente”, ci spiega Alfonso Botti, ispanista e professore di Storia Contemporanea presso l’ Università di Modena-Reggio Emilia. “Un netto successo elettorale del nazionalismo radicale di Bildu, peserebbe sugli orientamenti del Partito Nazionalista Basco e probabilmente porterebbe al centro dell’agenda politica qualcosa di simile al piano Ibarretxe [di statuto autonomico per la regione, n.d.r] di alcuni anni fa”, segnala. La questione dell’ avvicinamento dei prigionieri, però, rimane aperta. E si tratta, secondo Botti, “di un terreno sul quale misurare la lungimiranza degli attuali uomini di governo. Il cui primo obbiettivo” -aggiunge- “dovrebbe essere lo scioglimento definitivo dell’ETA da raggiungere con provvedimenti di tipo umanitario e il varo di una politica tesa al reinserimento nella società civile dei militanti dell’ organizzazione terrorista basca”.

[Testo e Foto: Daniele Grasso, CC BY-SA. Nell’ immagine, le foto dei detenuti per presunta collaborazione con  l’ ETA, incollate ad una parete di Ondarroa. Si ripetono in quasi tutti i bar del paese.]

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One thought on ““Etxera”: i Paesi Baschi che vogliono riportare a casa i prigionieri

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