Home

[“L’ Europa metta fine a questa agonia”. La rabbia dei precari, su Pubblico del 4 Ottobre del 2012]

“Signori passeggeri:questo aereo ha appena perso uno dei suoi motori, quindi si sta comportando molto meglio di quanto fece nel settembre dell’ anno scorso, quando ne perse due”. “E li avete riparati?”. “No”. È il dialogo che campeggia in una vignetta colorata di un conosciuto giornale spagnolo. Il titolo: “Il governo ci spiega la disoccupazione di settembre”.

I dati del paro, la disoccupazione di questo mese, hanno gettato nuovi numeri sconfortanti sulle possibilità di ripresa della Spagna. 4 milioni e 700 mila disoccupati è la cifra che ieri tutti i giornali hanno riportato in prima pagina, mentre il governo ricordava che nel settembre 2011 “i dati si comportavano meglio”. È nei dettagliati documenti del Ministero del Lavoro, però, dove si nascondono i numeri più preoccupanti: oltre agli 80.000 nuovi disoccupati, il 92,1% dei pochi contratti firmati a settembre sono temporali o a servizio. Tanto che, mentre la diminuzione delle contribuzioni al sistema nazionale di previdenza lo fanno barcollare, aumentano le alternative ad un mercato del lavoro che elimina ogni speranza.

Nella Madrid sempre di corsa e piena di bar, l’ attesa è diventata parte della vita quotidiana. Quella della chiamata di un datore di lavoro, di un compratore per le decine di numeri di telefono che spiccano sui cartelli arancioni con la scritta “se vende”, appesa ai balconi di appartamenti invenduti. O quella in fila davanti agli uffici del servizio pubblico di impiego. Ad aspettare, di fronte a quello che si trova nel Paseo de las Delicias di Madrid, con vista sul lungofiume appena rimodernato, c’è Begoña, infermiera di 42 anni. “Lavoravo da cinque anni, mi hanno licenziata a giugno”, quando il nuovo pacchetto presentato dal Governo di Rajoy ha dato una sforbiciata profonda al settore pubblico. “Se l’ Europa deve salvarci, che lo faccia e basta, perché questa sembra un’ agonia”, assicura con voce tremante. La voce di chi ormai invece del termine “indignado”, che accompagna le proteste degli spagnoli dal maggio del 2011, preferisce dirsi “cabreado”, arrabbiato. Nella stessa fila, in attesa di essere chiamata da una scuola nella regione capitolina, Luisa, insegnante precaria di 38 anni, ricorda che lo scorso anno scolastico partecipò agli 11 scioperi organizzati nel settore. Questo settembre, lo sciopero indefinito convocato dai sindacati minoritari è durato pochi giorni e ha mobilizzato meno del 5% dei docenti: “11 giorni di sciopero hanno significato 1.500 euro in meno”, assicura Luisa, vestita con la maglietta verde che contraddistingue gli insegnanti che “difendono l’istruzione pubblica”. Quest’ anno, però, il corso ha preferito iniziarlo regolarmente: “il mio compagno ha perso il lavoro. Almeno per ora, non posso permettermi di perdere altri soldi”.

L’ Istituto Nazionale di Statistica assicura che le persone che cercano lavoro in Spagna stanno per diventare 6 milioni. 1,7 milioni dei quali vivono, ora, senza un sussidio di disoccupazione, come ha riconosciuto il Governo. Ma sembra non essere un problema prioritario: per il 2013 i nuovi tagli minacciano di eliminare l’ultimo strato di aiuti -426 euro al mese- destinati ai disoccupati di lunga durata. “Un crisi senza prestazioni sociali è come una guerra senza ospedali”, avverte Laura Moreno Cabello de Alba, docente di Diritto del Lavoro all’ Universitá della Castilla. “La conflittualità sociale sta aumentando, perché ora molte delle persone che protestano non hanno nulla da perdere”, spiega per telefono. Una situazione di cui hanno il polso nei servizi e nelle mense sociali. In un distretto centrale della capitale come Chamberí, nei primi sette mesi dell’ anno sono stati serviti 1.500 pasti in più rispetto allo stesso periodo dell’ anno precedente. Molti di coloro che oggi vengono chiamati ‘nuovi poveri’ comprarono una casa negli anni del boom, ma ora, senza più ingressi, non riescono a comprarsi da mangiare: c’è un’ipoteca da pagare.

Nella quarta economia d’ Europa, però, sono sempre più comuni le alternative alla situazione di disoccupazione che lo Stato non riesce ad arginare. “Ormai se non ci reinventiamo un modello di lavoro, è impossibile tirare avanti”, dice Cristina, che con la Oficina de Derechos Sociales di Madrid ha creato nel 2011 una rete di appoggio reciproco: “eravamo ragazzi e ragazze, spagnoli e non, con in comune l’ impossibilità di entrare nel mercato del lavoro”, ricorda. L’ auto-impiego è stata la loro soluzione: “si tratta di una catena di appoggio social: ci organizziamo in gruppi -con un fondo comune per gli stipendi- per offrire servizi a chi ne ha bisogno”. Uno dei vari gruppi, che cominciò come catering, sta pensando, ora, di aprire un ristorante.
Un’ economia più solidale e “pensata per sopravvivere”, come quella del Mercato Sociale di Madrid, che dopo anni di gestazione è nato proprio nel periodo economicamente più nero per le finanze dello Stato spagnolo. Un mercato basato sull’ intercoperazione, economica e sociale: dai pomodori, ai libri, passando per le consulenze legali, si tratta di una rete di enti con in comune “la gestione di un economia solidale basata su finanze etiche, consumo, produzione e distribuzione responsabili”, spiegano i suoi promotori. Un modo, insomma, per evitare che si rompa anche il quarto motore dell’ aereo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...