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“No debemos/No pagamos, No debemos/No pagamos”. Il frastuono è impressionante. Scivola dalla calle de Alcalá fino alla piazza de Ciebeles, da dove viene il corteo che ora si dirige verso la Puerta del Sol. Qualcuno azzarda un numero: “saremo 10.000?”. Una smorfia in risposta, poco importa, perché il rumore delle pentole, dei cucchiai di legno, dei cori, delle stoviglie della nonna (“vedi, questa me l’ ha data la abuela apposta per sforgarmici sopra”, mi spiega Aurora, sorridente e con occhiali da vista Rayban con montatura nera) attraversa Madrid. Il perché è sintetizzato in un dépliant viola e bianco. “Non dobbiamo nulla, non pagheremo nulla”, dice dalla copertina la Piattaforma per la consulta cittadina del debito.  Sembra il foglietto illustrativo di un museo piú che un volantino da manifestazione: sorprende l’ assenza del tono da militanza severa, messo da parte per dare spazio a una impaginazione ben definita e pensata, tre grafici che spiegano l’ evoluzione del debito pubblico iberico, dati e spiegazione degli stessi per riassumere le ragioni per cui Madrid si é unita alla giornata di Global Noise, il rumore globale contro il debito. Contro il “debito odioso”, come si legge su vari cartelli.

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Nella mappa elaborata dall’ intricata organizzazione in rete dell’ evento si contano 45 attivitá organizzate per la giornata in Spagna. Spicca quella di Marta López, che dice che fará rumore contro il debito “con la famiglia”, dato che non puó andare a nessuna manifestazione. In Italia sono solo 3, con una, quella di Venezia, marcata dalle ragioni degli studenti contro la privatizzazione dell’ educazione. A Madrid, invece, non sono gli indignados a sfilare per il centro. Certo, ci sono le assemblee del movimento 15M, ci sono gruppi e piattaforme cittadine, non ci sono bandiere di partito tranne due o tre della “izquierda anticapitalista”, quasi piú un concetto che un partito. Non ci sono anacroniche bandierone del ‘Che’ né falci e martello. C’é, invece, il grande stendardo dei ragazzi di “gioventú senza futuro”, ci sono le magliette verdi in difesa dell’ educazione pubblica, quelle bianche per la sanitá. “Per uscire dalla crisi, sospensione del debito”, recita uno striscione intorno al quale si parla dell’ Ecuador, il Paese che nel 2008 dichiaró illegittimo il suo debito esterno, attenendosi a quanto permesso dal diritto Internazionale. Le alternative e i discorsi brulicano, le opinioni si accendono, la discussione è feroce, perché “senza la sovranitá monetaria non possiamo farci nulla”, dice Joana, una signora sui 50 che porta un cartello con il simbolo dell’ euro sbarrato da un segnale di divieto.

“Indignati, in Spagna, lo siamo tutti, chissá non tutti per le stesse ragioni, ma lo siamo tutti”, asserisce Tomás mentre chiude il tabacco in una cartina bianca. “Non posso andare avanti cosí”, dice Alberto da dietro la riproduzione -in cartone e plastica da cucina- di un davanzale con attaccato il cartello “senza lavoro”. I tagli del Governo hanno colpito anche le politiche per la riattivazione dell’ impiego, tanto pubblico come privato, e rischiano di fare fuori anche gli aiuti ai disoccupati di lunga data dal 2013. Perché bisogna pagare gli interessi del debito, 29 miliardi fino ad ottobre. Al far notare, con un po’ di malizia, che senza quel debito accumulato la Spagna non sarebbe la quarta economia d’ Europa, ti rimandano ai grafici in bianco e viola: “ma hanno fatto pubblico il debito dei privati: l’ 81% del debito spagnolo viene da lí, ma con salvataggi  e finanziamenti alle banche è diventato il debito di tutti noi”.

[Foto e cronaca: Daniele Grasso, CC BY SA]

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